Mercato immobiliare

Il climate change, un problema non solo ecologico

Articolo di La Redazione 10 giugno 2020

I mutamenti climatici cominciano ad erodere le basi del mercato immobiliare

Il tema del momento, tra previsioni apocalittiche e viralità mediatica

Il climate change, il mutamento climatico globale, per dirlo all’italiana, è uno dei principali argomenti di confronto attuali.
Quello che ancora pochi anni fa era considerato una discussione per addetti ai lavori, divisi tra allarmismi ecologisti e confutazionismi interessati, è diventato inevitabilmente un elemento che riguarda tutti i livelli della società e tutta l’umanità.

Peraltro il cosiddetto sesto continente, formato da isole di rifiuti galleggianti grandi come gli Stati Uniti, è un pittoresco argomento di conversazione e pare, poco ci tocchi. Gli scienziati ritengono che negli ultimi dieci anni abbiamo già superato 9 punti di non ritorno climatici; un recente studio australiano prefigura per il 2050 il collasso della civiltà umana, così come la conosciamo noi, in conseguenza dei mutamenti in corso.

Il tardivo risveglio dell’economia

…ma non tutto è perduto: l’argomento ha avuto grande centralità nel recente forum di Davos. I protagonisti del potere politico e finanziario mondiale hanno cominciato a rendersi conto che questa emergenza, oltre a far rischiare l’estinzione all’umanità, potrebbe causar grosse perdite di danaro, in termini di costi e di rischi. 

In particolare quattro recenti interventi hanno esplicitato l’allarme: 

  • l’FMI ha prefigurato il pericolo di uno shock finanziario globale legato all’emergenza climatica; inoltre ha posto l’attenzione sui “costi da transizione”: le misure di prevenzione e di conversione, volte alla ecosostenibilità della produzione e delle attività umane in genere, nell’immediato posso avere ricadute estremamente gravose sui soggetti economicamente più deboli: occorre quindi, fin da subito, che gli organismi ed i centri di potere preposti, controbilancino tale situazione con adeguati interventi di tipo economico-sociale a favore della categorie svantaggiate.
  • Il colosso della consulenza manageriale McKinsey ha emesso un rapporto che sottolinea la stretta correlazione tra i rapidi cambiamenti climatici ed il deprezzamento degli asset immobiliari: l’impossibilità di valutare i rischi di lungo periodo ricade sui costi assicurativi e, quindi, sul valore degli immobili: si stima una loro svalutazione dal 15 al 35% entro il 2050.
  • La Bank of England in uno studio, concordando con FMI, rileva che l’auspicabile transizione ad un sistema green avrà costi quantificabili da 1 trilione a 4 trilioni di dollari per i macchinari ed impianti che dovranno essere dismessi e sostituiti.
  • Larry Fink di BlackRock ha usato parole semplici, invitando a politiche sostenibili: “Che cosa succederà ai mutui per la casa a trent’anni a chi presta denaro e non è in grado di stimare l’impatto del rischio a lungo termine?”. Egli ritiene che il climate change determinerà una crisi strutturale mai vista in passato e più profonda, che obbligherà a riconsiderare gli elementi costitutivi e fondanti dell’economia attuale. 

Segnala le molteplici variabili incognite cui occorrerà far fronte, per esempio cosa accadrebbe ad inflazione e tassi d’interesse di fronte ad un incremento del costo del cibo in conseguenza di disastri ambientali, come siccità e inondazioni, che ne pregiudicassero la sufficiente produzione?

C’é ancora speranza!

Avete mai sentito parlare della Grande crisi del letame di cavallo? Probabilmente no, io l’ho scoperta da poco. In breve: nell’ultimo decennio dell’800 le strade delle grandi città, Londra in particolare, a causa dell’intenso traffico a trazione animale sono completamente coperte di letame equino, con tutte le spiacevoli conseguenze del caso, in termini di disagio alla circolazione pedonale, odore, estetica e, soprattutto, igiene. Uno studio scientifico del 1894 pubblicato dal Times avvertiva che, qualora non si fosse corsi ai ripari e trovata una soluzione, nel 1944, 50 anni dopo, lo strato di letame sarebbe arrivato a due metri e mezzo. Nel 1898 a New York si tenne una conferenza mondiale sul tema, che però si concluse con un nulla di fatto.

La Storia ci dice che nel 1944 le strade di Londra non erano ingombre di letame, ma -purtroppo- di macerie causate dai primi missili da crociera moderni; e che, poco dopo, sarebbe iniziata l’Era Atomica. 

Profetici visionari come Jules Verne a parte, entrambi questi eventi non erano neanche lontanamente ipotizzabili pochi decenni prima: il progresso, con l’affermarsi del motore a scoppio che aveva sostituito la trazione animale, in pochissimo tempo aveva cambiato abitudini e stili di vita, ponendo fine ad una crisi che, al suo culmine pareva irrisolvibile ed oggi è del tutto dimenticata!

Penso che il concretizzarsi della prospettiva che l’attuale dissesto ecologico si trasformi in un dissesto economico potrà avere conseguenze positive per la collettività umana ed il mondo; infatti sta invogliando i grandi soggetti economici a tutelare i propri profitti con adeguate nuove soluzioni ecosostenibili, con ricadute a beneficio dell’umanità intera. Come dire, insieme al problema arriva anche l'opportunità. Sapremo coglierla?

La Redazione